Il trenino.

Sono a casa di Paolo il mio amico collezionista di Prato, è la prima volta che ci vado. Siamo un decina di amici, tutti appassionati di libri; gli altri chiacchierano e ridono, io no. Paolo colleziona anche trenini. TRENINI! Io guardo imbambolata locomotive, carrozze passeggeri, merci, rotaie e scambi e mi perdo nel ricordo.

La bambina cammina stringendo la mano di Papà, camminano piano fermandosi a guardare le vetrine, soste corte – sono negozi che non la interessano – soste più lunghe – vetrine allestite con decori colorati e strani – soste ancora più lunghe – una cartoleria, un’ edicola e poi il negozio di giocattoli dove si pianta davanti al vetro e osserva ogni cosa, ogni minimo particolare. Bambole, sì sono belle ma ne ha a casa! E la pistola per giocare agli indiani, bella bella! E le macchinine tutte colorate. Ma la cosa più bella è quel trenino. È stupendo: la locomotiva a vapore grigia scuro con ruote rosse e attaccato il tender e poi i vagoni passeggeri, con mille finestrini e le scritte dorate; le carrozze sono color isabella e bruno, come il bagagliaio e poggiano su binari dritti che vanno da una estremità all’altra della vetrina. 19.600 lire dice il cartellino, ma quanto costa un sogno? Papà le stringe la mano e cerca di tirarla via ma lei è piantata lì con gli occhi persi nella meraviglia del trenino.

Il treno corre veloce, la locomotiva sbuffante vapore bollente, il fischio penetrante, tuuu tuuuu. Intorno sabbia e rocce, qualche solitario saguaro, le ombre corte sotto un cielo laccato di azzurro e il sole a picco. E poi il tunnel nero che si apre nel fianco della collina e via dentro, nel buio appena rischiarato dai fanali ad olio. Tu tum, tu tum, corre il treno, corre veloce e alla fine della galleria quel ritaglio di cielo azzurro, di luce che acceca ed è fuori e intorno cavalli al galoppo, indiani? Oppure banditi? Prendi la pistola dai, difendi il tuo treno…

Papà le stringe la manina e la scuote con dolcezza, la bambina apre gli occhi e lo guarda risentita. Era il mio sogno, pensa, era mio! Dai entriamo le dice, forse dentro c’è qualcosa che può piacerti. Lei lo guarda, guarda il trenino lui fa no col capo, troppo costoso. Entrano e quando alla fine, dopo una breve trattativa, escono dal negozio di giocattoli lei ha in mano un piccolo pacchetto contenente un sidecar di metallo azzurro, non più grande di sei centimetri, le ruote di gomma nera, perfetto nei particolari, meno perfetto per i suoi desideri.

Il sidecar è sul mio comò, a casa, mi ha sempre seguito nei traslochi, è uno dei tre oggetti che mi porto dietro dall’infanzia per ricordarmi che non si può avere tutto quello che si desidera. Negli anni sessanta lo stipendio di un operaio era di poco più di 60.000 lire e un trenino che costava 19.600 lire era uno sproposito, roba da ricchi.

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