I nomadi dell’infinito

l’ho letto solo per curiosità perché facendo un giochino scemo risultava cabalisticamente legato a me. Leggo in IV di copertina: “…gli scrittori che abbiano saputo portare questo particolare genere di SF dalla rozza ingenuità dei primordi a un livello di eccellente artigianato, si contano sulle dita di una mano…” ecco, è solo artigianato e nemmeno eccellente.
A tratti noioso, prevedibile, senza quel quid che di una trama letta e riletta fa qualcosa di unico; insomma un romanzo piatto privo di slanci che non è mai pienamente space opera, mai pienamente fantascienza e si colloca nel limbo dei romanzi letti sì, ma poi presto dimenticati.

I nomadi dell’infinito di P. Anderson, Urania 515 (Star Ways, 1956)

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