La Città

La porta si chiude alle sue spalle con un tonfo soffocato, scende in fretta le scale ed esce dal portone, infilando veloce il vicolo che porta alla piazza principale della Città. Il gelo la morde feroce, nonostante il pesante parka e il cappuccio che le copre i lunghi capelli neri raccolti in una coda da un nastro di velluto. La figura snella della ragazza si staglia scura nel lucore incerto dell’alba mentre cammina, piegata in avanti per contrastare il forte vento, sulla neve sporca che ricopre ormai da mesi le strade della Città. La piazza è deserta, unica presenza l’uomo di neve che sembra la guardi con scherno. Alys alza gli occhi e guarda i ghiacciai che stringono la Città in una morsa e ogni giorno si avvicinano di più, si incammina lentamente verso quello che era il porto e che è ormai sepolto da giorni sotto il bianco manto. La neve ghiacciata scricchiola sotto gli stivali imbottiti, si intabarra meglio nel parka e alla luce smorta di pochi superstiti lampioni arriva al lungo mare cercando di distinguere dove inizia l’acqua, ma ormai anche il mare è di ghiaccio.

Dietro di lei una porta sbatte ritmicamente contro lo stipite ad ogni folata più intensa di vento, si volta e vede il negozietto del tatuatore ormai abbandonato da settimane; la neve è entrata e copre una parte del pavimento, le impronte di piedi e i vetri rotti le raccontano di saccheggi e violenza. Si allontana col cuore gonfio di pena cercando i luoghi dove è stata felice per salutarli un’ultima volta prima di partire. Il ghiaccio è sceso fino a mangiare il pub, di cui non restano tracce, anche la fabbrica di armi, imponente e massiccia come era, adesso è un mucchietto di macerie che sporge dalla neve. Verso il centro della Città alcune insegne luminose restano a segnare luoghi dove c’erano i negozi, dalle entrate sbarrate da assi male inchiodate: Glamour, Uomo, Beach…

Alys si avvicina alla vetrina del Donna, miracolosamente il vetro è rimasto intatto, sbircia dentro: una devastazione di scatole sventrate e lasciate in terra vuote, i divanetti con le fodere squarciate, i bei vasi spaccati col terriccio che ha fatto mucchietto in terra e le piante che tanto le piacevano ormai secche. Trattiene un singhiozzo e va verso il laboratorio, camminando lenta e a testa bassa. Con gli occhi della mente vede la strada come era un tempo, il liscio asfalto nero, i marciapiedi spazzati ogni mattina, il tunnel bene illuminato. Ora nella galleria le luci lampeggiano fievoli, i marciapiedi sono crepati e la strada butterata di buche insidiose; si infila nel tunnel e cammina svelta, qui non c’è neve sporca o lastre di ghiaccio, fino a sbucare dall’altra parte della Città sul ponte che attraversa quello che era un canale ed è ora un fiume di ghiaccio. A destra la discoteca è ancora in parte illuminata dalle strobo, la ragazza ricorda la musica a palla, le risate e il rumore delle conversazioni quando la Città era viva, si incanta a guardare le luci che si fanno sempre più incerte ora che il sole sta per sorgere.

-E tu cosa fai qui? – la voce, ben conosciuta la fa sobbalzare, si gira e sorride timida all’uomo che è sulla porta del laboratorio. -Dovresti essere partita, come tutti. – continua lui con tono di disapprovazione.

-Ciao Max… un ultimo giro in Città, ma ora vado.

L’uomo, infagottato in un parka grigio che nasconde le forme del corpo la guarda con occhi seri

-Non dovresti Alys, quando si decide non bisogna voltarsi indietro. Mai. Ormai la Città è morta, inutile farsi del male.

-Ma tu anche sei qui Max – replica lei sentendosi quasi in colpa per non essere partita con tutti gli altri, per essersi nascosta per giorni e giorni in Città, cambiando casa man mano che il ghiacciaio mangiava quella dove aveva dormito fino ad arrivare al cuore ormai freddo di… della Città. Un pensiero fuggevole le passa nelle mente: la Città non ha mai avuto nome, era solo la Città.

-Io sono tornato stamattina per minare i palazzi Alys, perché qui non rimanga più nulla…- Le si avvicina e la abbraccia teneramente. – Hai corso un bel rischio piccola! –

La ragazza lo stringe forte e poggia la testa sul petto di Max trattenendo le lacrime.

-Perché, Max? Lasciala morire in pace, lascia che il ghiaccio e la neve la ricoprano con un sudario bianco, lascia che i fantasmi di ieri la abitino per sempre ma non distruggere… tutto questo – indicando con un gesto del braccio i palazzi, le strade, i parchi. Max le solleva la testa mettendole la mano sotto il mento, gli occhi di lei sono gonfi di lacrime, la guarda con dolcezza e le bacia le labbra delicatamente.

-Ora vai piccola, ho molto lavoro da fare oggi, ti raggiungerò stasera, e saremo in un posto caldo, senza ghiaccio o vento gelido e… si ricomincerà.-  Alys lo guarda speranzosa, un nuovo inizio, una promessa; andrà senza voltarsi indietro. Si stacca dall’abbraccio a  malincuore e si dirige verso l’ingresso della sotterranea, senza salutare Max, senza una parola, il cuore spaccato a metà tra il desiderio di restare e quello di partire per tornare a sognare.

Nel buio della stazione alcune frecce debolmente fluorescenti la guidano verso le capsule individuali, sale sulla prima e senza nemmeno sedersi schiaccia il pulsante di avvio. Senza più lacrime lascia la Città.

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