1921 Profondo Sud
Ha cinque anni, forse sei, lei non lo sa. A malapena sa dire il suo nome: Rosa, ha il nome di un fiore ma non lo sa, dove sono le rose in quel buco di paese dimenticato dal cielo? Rosa come la nonna e la sua sorellina si chiama Maria come… non lo sa non l’ha mai chiesto. Stamattina, era ancora fresca l’aria e scuro il cielo quando Mamma l’ha portata qui in una grande aia polverosa con alcuni grandi mucchi di mandorle a formare piramidi tutto in giro. Rosa è sporca, spettinata, con una vestina un po’ strappata un po’ bucata qua e là, scalza e c’è da dirlo? Affamata. Come del resto gli altri bambini che arrivano alla spicciolata, portati dalle nonne o dai padri e lasciati lì senza un bacio, un abbraccio, un saluto. Bambine e bambini, pochi e più piccoli questi ultimi, vengono fatti sedere a terra, in fila, da un uomo grosso, baffi e capelli scuri, vestito con panni grigi ancora in condizioni passabili, cappello e un minaccioso bastone che mostra ai piccoli cosa devono fare.
E si inizia: armata di un grosso, pesante chiodo di ferro Rosa frantuma il guscio duro di una mandorla, getta la mandorla nel cesto davanti a lei, scansa con la manina i pezzi di guscio, prende un altro frutto e schiaccia e così via fino a che della piccola piramide non resta nulla e il ragazzino che svuota i cesti colmi non le rovescia dinnanzi altri frutti a creare una ennesima montagnola da frantumare. E stai attenta a dosare la forza, troppa e la mandorla si rompe e il bastone cala, poca e non basta un colpo e si perde tempo e se il mucchio di mandorle sgusciate è più piccolo di quello degli altri bambini … il bastone cala. Nella mattina sempre più calda e afosa il rumore dei chiodi sbattuti sui duri gusci sembra una musica infernale e sempre più spesso si sente un gridolino di dolore quando il chiodo cade sul dito che tiene in posizione il guscio. Allora il ditino è presto messo in bocca e succhiato ma fai in fretta che le mandorle sono tante e anche la fame e poi a casa si mangia… forse. Rosa pensa, non le succede spesso ma ora col ritmo ipnotico del “prendila tienila, schiaccia, scarta il guscio e buttala nel cesto” gesti ripetuti mille volte pensa a ieri sera.
La sera prima é andata da Nonna con Mamma e la piccola Maria. Parlavano di Papà che é andato alla Merica e non torna, ha sentito litigare, forte, e si è nascosta per la paura. Si è nascosta in angolo buio facendo scappare una gallina starnazzante, Nonna è ricca, ha una gallina ma non vuole aiutare Mamma, per quello litigano. Nel buco scuro dove si è nascosta tra un po’ di paglia sporca, tastando trova un uovo ancora caldo. Lo prende poi rapida fa un buco sulla punta, come ha visto fare a Nonna e succhia tuorlo e albume, con avida fretta, con un senso di beatitudine mai provato prima, poi schiaccia il guscio lo frantuma, lo polverizza nasconde i resti sotto la paglia sporca.
Son tornate nell’umido antro a due passi dal mare che chiamano casa, senza cena, senza aiuti, senza speranza. Domani Rosa comincerà a faticare come fa Mamma, bracciante nei campi altrui se c’è lavoro. Rosa ricorda e pensa. Pensa che il prete ha detto che non si ruba, pensa che Nonna è cattiva, pensa che ha fame, decide che non lo farà più, forse. Alla fine la giornata volge al termine, le piramidi di mandorle sono calate, domani ci sarà ancora lavoro per i bambini che vengono compensati con i gusci frantumati che hanno davanti, gusci buoni per fare il fuoco e cucinare quello che Mamma avrà rimediato per la giornata di lavoro. Rosa prende la sua parte e mentre aspetta Mamma che la riporti a casa, ancora non sa la strada, pensa che odierà Papà, quell’uomo che ricorda appena, che ha lasciato lei e Maria per andare a fare fortuna e non é tornato e non tornerà e odierà la Nonna, quella che ha il nome uguale al suo ma non le vuole bene e odierà le mandorle per tutta la vita.
Nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta. (U.Foscolo)